Dal maggio 2009, l'hospice Il Tulipano ha introdotto la pratica dell'arte-terapia
nel percorso formativo della propria équipe. I corsi sono tenuti da Emma
Vitti.
Introduzione
L'arte-terapia è una specifica disciplina impiegata da anni nei paesi
anglosassoni nelle strutture cliniche per dare sollievo ai pazienti e anche
agli operatori. Essa contribuisce alla diagnosi, alla presa in carico e al trattamento
del disagio psicologico e sociale. (1)
Nell'orientamento di Edith Kramer (artista e arte-terapeuta viennese, allieva
di Friedl Dicker-Brandeis), l'arte come terapia viene concepita come mezzo di
sostegno dell'Io ed espressione del Sé, in grado di favorire lo sviluppo
di un senso di identità e promuovere una generale maturazione e integrazione.
L'intervento arte-terapeutico segue un percorso nel quale, all'interno di un
luogo protetto, l'arte-terapeuta prepara i materiali e l'ambiente con i quali
il soggetto esprime - con il disegno, la pittura o il modellare - contenuti
personali, ricordi, sensazioni, sogni, desideri, emozioni. Nel processo, che
può essere individuale o di gruppo, assume un ruolo centrale la relazione
con l'arte-terapeuta, in un clima di non-giudizio dove non vi sono aspettative
improprie sul lavoro artistico che si viene realizzando.(2)
Attraverso il lavoro artistico la persona può così attuare un
riconoscimento di sé e della propria presenza in grado di lasciare una
traccia. Inoltre, nel momento in cui le sensazioni si traducono nell'oggetto
artistico, avviene un processo di auto-comprensione più profonda. Riuscire
a raffigurare immagini, sentimenti ed emozioni, esprimendoli simbolicamente
in una forma visiva concreta, permette di osservarli, in qualche modo, come
altro da sé. Ecco allora che anche nelle immagini più cariche
di sofferenza e di angoscia si crea uno spazio di comprensione e elaborazione,
che può essere di aiuto all'individuo nella ricerca di nuove modalità
di interazione tra il proprio mondo interno e il mondo relazionale esterno.(2)
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Arteterapia in medicina palliativa
L'arteterapia, negli USA e in Gran Bretagna è attivamente praticata
nelle cure palliative, prevalentemente rivolta ai pazienti (3,4).
Alcuni studi sono anche stati condotti per valutare l'efficacia di interventi
arte-terapeutici rivolti ai caregiver (5,6).
Ma poco o nulla è stato scritto in merito all'applicazione della pratica
arte-terapeutica con gli operatori stessi.
Con molta lungimiranza, la Scuola italiana di medicina palliativa (SIMPA) tiene
da alcuni anni incontri di arteterapia nel contesto dei propri corsi residenziali
di formazione per palliativisti. Lo scopo di questi incontri è di offrire
agli operatori la possibilità di affrontare il tema della malattia e del
morire da un punto di vista più soggettivo: l'uso dei materiali artistici,
favorendo il contatto con le proprie emozioni, aiuta a rilassarsi ma, allo stesso
tempo, permette appunto una maggiore comprensione di sé, evidenziando
anche quegli aspetti (bisogni, problemi, difficoltà) di cui l'operatore
non è consapevole, ma che magari percepisce confusamente come disagio,
stanchezza, stress, ansia.
Le immagini che accompagnano questo primo contributo, sono il risultato di
una selezione di opere artistiche realizzate da operatori sanitari (medici,
infermieri, psicologi, volontari, ecc) che si prendono cura dei morenti o comunque
di malati affetti da malattie inguaribili. Rappresentano quindi il punto di
vista dei curanti, il loro vissuto emozionale, la loro passione, ma anche la
loro fatica. E naturalmente, chi "sa guardare" vi vedrà molto
di più.
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Come funziona, in pratica?
Al centro dell'aula c'è sempre un grande tavolo in cui sono posti, in
bell'ordine, tutti i materiali che solitamente vengono usati per disegnare,
dipingere, modellare. Immaginiamolo, questo grande tavolo, ricco di colori,
forme, materia. Un vero lusso. Se un bambino piccolo, ignaro ma libero di divertirsi,
in questo momento potesse accedere a questo tavolo, non si preoccuperebbe affatto
di non saper disegnare, di non conoscere le tecniche, di non sapere che cosa
rappresentare. Reagirebbe semplicemente al suo desiderio di giocare e sperimentare:
toccherebbe ogni matita, pennello, carboncino, lo struscerebbe su ogni tipo
di supporto, farebbe macchie, pasticci ma anche sperimentazioni, scoperte, osservazioni.
In altre parole, userebbe solo la sua curiosità, il desiderio, il piacere
di fare. La creatività.
Anche se siamo tutti oramai irrimediabilmente adulti, negli nostri incontri
di arte-terapia, di fronte a questa "tavola imbandita", nessuno si
tira mai indietro!
Tutti abbiamo voglia di vivere. Tutti siamo sollevati se, per una volta, non
dobbiamo fornire una prestazione prevedibile, ma possiamo prendere, usare, semplicemente
essere, in una esperienza percettiva, fisica, emozionale, che non ha altri scopi
se non quello di lasciare che le cose accadano. a partire da come ci si sente
in quel momento.E quando tutti hanno scelto, istintivamente, quale materiale
usare e come usarlo, ciascuno inizia a seguire una "pista", poi un'altra,
e la creatività finalmente si muove per poi decollare.
C'è sempre un gran silenzio in atelier, il tempo in un certo senso si
ferma, come quando i bambini sono assorti nel gioco, spesso con la lingua fuori,
segno di massima concentrazione e piacere. A volte, alcuni "artisti"
non sanno con sicurezza che cosa stanno facendo. Si lasciano semplicemente andare
al piacere o alle sensazioni liberate dall'uso dei materiali. Altri invece,
sin dall'inizio, sono "contattati" da un ricordo, da un'immagine mentale
che prepotentemente vuole emergere e che li orienta nel lavoro. Tutti però
vivono un'esperienza in cui sensazioni fisiche,emozioni, ma anche pensieri,
associazioni di idee, si liberano dal controllo razionale perché vengono
agite dal corpo che, con i suoi gesti e i suoi ritmi, li trasforma in linee,
forme, colori, volumi.
Il contatto con le proprie percezioni fisiche ed emozionali, permette di cogliere
strane corrispondenze tra emozione, corpo e linguaggio visivo: ad esempio, la
necessità di muovere lentamente o velocemente il braccio ,oppure il variare
istintivo della pressione della mano darà vita a tratti grafici diversi,
calcati, decisi oppure leggeri,incerti. D'altro canto, un eccesso di energia
cercherà grandi fogli per espandersi, mentre la stanchezza, oppure la
tensione, sarà assorbita da un piccolo pezzo di creta da modellare. Tutta
la ricchezza di questa esperienza è visibile nell'opera se si sa vedere.
Ne rappresenta la verità. A fine seduta, quando i lavori sono appesi al muro o esposti sui tavoli per essere condivisi, dopo il primo momento di sorpresa ("ma come, come ho potuto fare quella scultura?, quel disegno, se non so disegnare?") si scopre che ogni opera dice molto di più di quanto si crede di aver rappresentato o di ciò che sembra di aver visto al primo colpo d'occhio.
È necessario concedersi un po' di tempo. In questo caso guardare significa mettere in relazione la memoria dell'esperienza fisica ed emotiva appena vissuta ,con l'osservazione degli aspetti linguistici delle opere (ciò che ci colpisce negli andamenti lineari, nell'intensità dei colori, nella spazialità),
significa non sovrapporre alla visione una interpretazione mentale, significa
lasciar parlare l'arte Ciascun lavoro, in realtà, è una metafora
visiva che mette in moto catene di senso infinite a cui tutti partecipano con
le proprie proiezioni: ci si emoziona, ma con rispetto, vera affettività,
perché qui sta il nocciolo dell'arte terapia, la creatività è
sempre trasformativa, condivisibile, tutto può essere mostrato e compreso,
se c'è connessione emotiva. Tutti possono vedere, riconoscere nel proprio
lavoro, ma anche in quello degli altri, la storia complessa degli affetti umani,
con le sue ambivalenze, la sua forza ma anche la sua fragilità.
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Per un "saper vedere" estetico
Ma come ci si deve accostare a questi lavori, in una rivista scientifica? Il
problema della fruizione estetica attualmente non è un quesito da poco:
nei contesti tradizionali dell'arte,nei musei, alle mostre, spesso facciamo
fatica a rapportarci con l'opera d'arte, poiché ci sembra di non essere
competenti, cerchiamo spiegazioni,testi critici, valutazioni che orientino il
nostro sguardo che, autonomamente, non sa guardare nè vedere. L'opera,
soprattutto contemporanea, ci sembra muta. Estranea. Il senso di inadeguatezza
aumenta se ci pensiamo nell'atto di disegnare, dipingere: la stessa inadeguatezza,
unita alla sorpresa e alla preoccupazione che compaiono sul volto dei vostri
colleghi, quando per la prima volta, entrano nell'atelier di arte terapia.
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L'uso dei materiali artistici e le emozioni
L'incontro con i materiali artistici è molto personale e può
essere ogni volta diverso. Di fatto, ciascun materiale ha una sua "personalità"
nel senso che, per le sue proprietà, esso può favorire sensazioni
fisiche ed emotive molto differenti ,per cui la sua scelta, in arte terapia
è istintiva e risponde sempre a bisogni individuali profondi. In questa introduzione all'arte terapia, sono state selezionate immagini astratte, immagini cioé che hanno in comune l'assenza di un soggetto Pur non essendoci particolari intenti rappresentativi, risulta evidente come ogni lavoro abbia una connotazione emotiva differente che i vari autori all'inizio, hanno percepito come una sorta di disattivazione della mente, a favore di una ampliamento delle proprie capacità percettive e al progressivo delinearsi di uno stato emotivo ben preciso. Ad esempio nelle figure 1 e 2 l'assenza di colore rivela in entrambi gli autori la necessità di "stare nel nero", ma con strategie differenti. Nella prima immagine (figura 1), il gesto con il carboncino, così opaco e farinoso,
trasforma il nero in vibrazioni di grigi che si espandono, pervasivamente, fino
al limite del foglio: una sorta di nebbia, di turbolenza che fan pensare a un
contatto emozionale profondo: a fine lavoro, l'autore dichiara di avere quasi
perso la cognizione del tempo e di sentirsi rilassato, sereno. Nel gruppo l'opera
muove sensazioni diverse, qualcuno vive il nero in modo ansioso, come paura
dell'indefinito, altri ne colgono il senso di intimo contatto con le proprie
parti oscure. Nella seconda immagine (figura 2), l'uso del pennarello
rivela l'esigenza di tenere ben distinti il nero e il bianco, che vengono integrati
con eleganza, direi con intelligenza(la forma finale sembra un cervello..) attraverso
linee di demarcazione che, in realtà, "contengono" i movimenti
e le tensioni interne: in questo caso l'emotività èespressa in
modo più astratto e controllato.
Il controllo sul materiale e sul linguaggio è molto più esplicito
nella terza immagine (figura 3), in cui viene introdotto il colore
ma allo stesso tempo, viene intensificata la rigidità della struttura
di (auto) contenimento. L'autore dichiara che la forma finale "è
avvenuta per caso", ma l'osservatore non può non reagire ai suoi
spigoli e alla sua durezza.
Gli altrii lavori presentati alla fine di questo contributo mostrano come il
desiderio di sperimentare (sentire) il colore può essere vissuto in modo
diverso. In arte terapia, come è intuibile, il colore è l'indicatore
principale della "temperatura emozionale" dell'opera artistica: esso.
come peraltro la sua assenza, nel bianco e nero,rappresenta in modo simbolico
la regolazione delle emozioni In particolare, nella quarta e quinta immagie
(figure 4 e 5), il piacere del colore è evidente, nel movimento
che assume e soprattutto nelle variazioni in cui si presenta. Può avere
una identità più materica, intensa, che allude a una sorta di
vitale estroversione, oppure può essere più leggero e trasparente,
e parlare in modo più delicato. Entrambi gli stili esprimono un momento
di apertura e di disponibilità alla condivisione delle emozioni che vengono
accolte in tutte le loro variazioni. Questi lavori mostrano come la seduta possa
essere usata per ricaricarsi energeticamente e sciogliere in modo gradevole,
tensioni e stress; Succede spesso che successivamente, proprio grazie a questo
alleggerimento, sia possibile avvicinarsi a contenuti interni più "pesanti".
Nella sesta immagine (figura 6) la ricchezza dei colori deve essere
"incasellata" in spazi ben precisi che, contenendola, permettono di
esprimere vissuti emozionali. L'autore, nella restituzione,raccontò infatti
che in ogni riquadro era rappresentata una tappa della sua vita, in una sorta
di biografia emotiva espressa in codice, Colpisce la necessità di catalogare
e tenere separate le varie scene. Modalità che alla fine dell'esperienza
sembra allentarsi forse per lasciare spazio ala sperimentazione di una maggiore
integrazione tra le parti.
Gli ultimi esempi riportati (figure 7,8 e 9) ci mostrano, infine,
come l'incontro con il colore possa essere vissuto anche fisicamente :gli autori
hanno sentito la necessità di usare le dita, per mescolare, sovrapporre,
plasmare la materia cromatica che, via via perde il suo carattere originario,
per diventare, appunto materia. In questi casi, in particolare nel lavoro con la creta,
gli autori hanno vissuto un'esperienza regressiva, sensoriale, che, inconsapevolmente,
li hanno messi in contatto con le proprie radici del piacere, ma anche del loro
contrario.
Nelle prossime sezioni dedicate all'arte terapia, verranno presentate sequenze
di lavori artistici organizzati tematicamente: si cercherà infatti di
osservare come alcuni topos quali la comunicazione, la relazione, ma anche la
paura del dolore e della morte, abbiano generato elaborati artistici completamente
differenti, non solo sul piano formale, ma soprattutto su quello emozionale Osservando le varie elaborazioni creative, sarà possibile intuire
le differenti modalità emozionali con cui gli operatori sanitari vivono
il loro rapporto quotidiano con il paziente, con la propria professione, ma
anche con la propria visione della vita e della morte. Sarà sorprendente
scoprire quante risorse creative ciascuno di noi ha disposizione, se per qualche
momento accetta di entrare nel mondo della metafora e della rappresentazione
simbolica.
Sullo stesso argomento, nei prossimi numeri di Limen:
- La comunicazione nella relazione terapeutica
- Il sentimento del morire
Bibliografia
- De Gregorio A. 2008. Vai
al sito
- Impegnoso E. 2007.Vai
al sito
- Connell C. Palliative Medicine 1992;6(1):18-25.
- Higginson IJ. Palliative Medicine
2000;14(4):277-286.
- Walsh SM, Radcliffe RS, Castillo
LC et al. Oncol Nurs Forum. 2007;34(1):38.Vai
al'abstract
- Walsh SM, Martin SC, Schmidt LA. J Nurs
Scholarsh 2004;36(3):214-9.Vai
all'abstract
- Fugate J. Ky Nurse. 2005;53(4):14.Vai
all'abstract
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