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Dossier. Riusciremo a morire in pace? - Come si muore in Italia oggi: gli Ospedali
Massimo Costantini, Coordinatore Regionale Cure Palliative IST Genova
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Dove e come si muore: gli studi
Le domande prioritarie da porsi, per affrontare il problema sono: dove e come muoiono i pazienti italiani?
Solo conoscendone i dati, infatti, si possono mettere in atto politiche di cambiamento.L’ISTAT
raccoglie e carica nei propri computer tutti i certificati di decesso e relative
cartelle compilate dai medici, ma a tutt’oggi non esistono statistiche
disponibili. Gli unici riferimenti possono essere tratti da due recenti studi,
uno riferito a un àmbio limitato l’altro su scala nazionale ma
con presa in esame di solo pazienti oncologici.

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Si tratta dello studio EoLO
(End of Life in Ospedale), realizzato da Franco Toscani, - il
primo sulla “qualità del morire” e pubblicato nel 2005,
che ha preso in esame informazioni raccolte da infermieri specificamente
formati in ospedali di media ed elevata dimensione di due Regioni (Lombardia
e Umbria) e della città di Firenze - e dello studio ISDOC (Italian
Survey of the Dying of Cancer), primo sull’intero territorio
nazionale, che ha preso in esame un campionamento rappresentativo dei
deceduti per tumore negli anni 2002-2003, con 1.271 interviste a caregiver
non professionali (generalmente un familiare di I° grado) e sostanzialmente
fotografato gli ultimi 3 mesi di vita dei pazienti. Da quest’ultimo
studio si evince una forte discrepanza sul “dove muoiono e dove
avrebbero voluto morire” (vedi tabella 1) i pazienti oncologici
italiani): un terzo, principalmente nel nord Italia, muore in ospedale
anche se avrebbe preferito un luogo diverso.
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Tabella 1 |
Il dato più impressionante, tuttavia, è che solo l’8% muore in oncologia-ematologia, mentre ben il 5% (che significa circa 8.000 persone) muore in pronto soccorso, luogo che, con tutto il rispetto per i curanti di questo reparto, non è un posto ideale ove passare le ultime ore della propria esistenza.
Sul “come” si muore le poche fonti sono in pratica
le stesse, con l’aggiunta di piccoli studi (ancora in corso) ma di solo
carattere specifico o locale. Sull’argomento c’è una grossa
letteratura a livello internazionale, ma in Italia si fanno poche ricerche,
perché per lo più non sono finanziate e pochi sono i disponibili
a farlo, pochi sono in grado di condurle e pochi hanno voglia di condurle. Per
questo al momento le uniche fonti statistiche sono quelle dei due studi citati.
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Lo
studio EoLO
Lo studio EoLO si concentra principalmente sulle ultime
48 ore di vita dei deceduti in ospedale, a prescindere dalle cause di
morte. La fonte di informazione per la valutazione dell’indicatore
di “qualità di morte” sono stati infermieri, specificamente
preparati all’indagine, intervistati nei tre giorni successivi al
decesso.
Il risultato è che esso era previsto nel 75% dei
casi (per la precisione largamente previsto nel 58% dei casi, e prevedibile
nel 17%) e per il 23% non previsto: un dato che evidenzia la sostanziale
necessità di politica di cambiamento nelle cure di fine vita, in
quanto risulta che, nella maggior parte dei casi, gli operatori sanitari
sanno quando si tratta di un ricovero terminale. Si tratta di un dato
importante, perché significa che molte obiezioni, per esempio,
sulla prognosi vengono meno, poiché il decesso, qualsiasi ne sia
la causa, è già previsto per un’alta percentuale dei
casi, perché supportato da sintomi giudicati “severi”
dagli infermieri che hanno partecipato all’indagine..
Sappiamo che, in genere, gli operatori sottostimano la
presenza di sintomi, quindi i dati della prevalenza di “severe symptoms”
nelle 48 ore prima del decesso rilevati nello studio sono probabilmente
inferiori alla realtà (vedi tabella 2): si pensi alla
complessità della sofferenza che c’è dietro a questi
numeri. La distinzione tra sintomi è già discutibile in
fase avanzata di malattia, figurarsi, poi, quando viene introdotto il
concetto di dolore totale negli ultimi ore e giorni di vita.
A fronte di questa problematica, i trattamenti ricevuti
dal paziente sono indicati nelle tabelle 3 e 4. I dati sono
decisamente meno soggettivi e più solidi, perché derivano
dalla documentazione clinica nelle ultime 24 ore: al sottogruppo di persone
che muoiono in ospedale - il cui decesso era largamente previsto dagli
operatori - si sono somministrati molti liquidi, si è continuato
a fare prelievi, anche un po’ di chemioterapia, e una percentuale
non trascurabile di pazienti sono entrati in dialisi, mentre le nutrizioni
parenterali totali avviate sono state il 2%. Ma, va ribadito che si trattava
di pazienti con decesso largamente previsto: la distinzione tra interventi
terapeutici e diagnostici in termini di impatto sul paziente è
relativa; come non pensare che una TAC può essere più devastante,
in termini di qualità di vita, di un intervento terapeutico sul
paziente?
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Tabela 2 |
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Tabella 3 |
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Tabella 4 |
Lo studio ISDOC
Anche lo studio ISDOC ha rilevato dati specifici sul
trattamento del dolore severo nelle ultime 24 ore prima del decesso. I
dati emersi, anche se possono essere considerati “limitati”
perché relativi ai soli pazienti oncologici, sono in realtà
interessanti proprio perché trattandosi di una patologia specifica
ci si dovrebbe aspettare degli standard di cura migliori nelle ultime
settimane di vita all’interno di una traiettoria più facilmente
riconoscibile che in altre situazioni. Invece no: anche in questo studio,
per la quota di pazienti presi in esame, si rileva che uno su due non
riceve cure adeguate.
Gli specialisti di terapia del dolore o di cure palliative,
quando esistono, sono consultati solo nell’8% dei casi, fatto che di per
sé da un quadro generale del sostanziale atteggiamento clinico nel nostro
Paese, di come la medicina standard - che ha un suo senso in altri contesti
e situazioni - non conosca il problema né i bisogni di questi pazienti
e di come non vengano spesso, o comunque nella maggior parte dei casi, non affrontati.
La fonte è, anche, in questo caso il caregiver: 364 interviste, un campione
rappresentativo dell’ultimo ricovero in ospedale, e quindi non necessariamente
le ultime 24 ore di vita ma gli ultimi 6-7 giorni.
Anche in questo studio, i sintomi sono sostanzialmente coerenti
con quelli dello Studio EoLO: una sofferenza fisica diffusa, percepita in questo
caso anche dai familiari i quali, come nel caso degli operatori, tendono spesso
a sottostimare il problema. Vi è una sofferenza che il familiare giudica
molto grave, sebbene essa sia l’esito di sintomi o condizioni che sarebbero,
di per sé, facilmente risolvibili (per esempio, la stipsi), ma che per
una persona giunta all’ultima fase della sua esistenza possono essere
veramente devastanti per la qualità di vita. Si sono presi in esame la
prevalenza dei sintomi (vedi tabella 5), la prescrizione di terapia
(vedi tabella 6) e il giudizio sull’esito della terapia (vedi
tabella 7): la qualità dei risultati, almeno stando al giudizio dei familiari,
è soddisfacente in poco meno di un caso su due per quanto riguarda il
controllo del dolore, mentre per gli altri sintomi e condizioni il giudizio
positivo è assai meno frequente.
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Tabella 5 |
Tabella 6 |
Tabella 7 |
Tutta la metodologia della ricerca sulla qualità delle
cure alla fine della vita si scontra con l’impossibilità o l’estrema
difficoltà ad attingere informazioni dalla fonte che dovrebbe essere
quella di riferimento, cioè il paziente, per ovvi motivi, però
il fatto che sia percepita in questo modo dai familiari in un certo senso è
una spia che qualche cosa sta cambiando sostanzialmente.Un dato su cui i medici
dovrebbero cominciare a riflettere seriamente è quello relativo alla
comunicazione e alla relazione con i familiari: le informazioni fornite sulla
scelta di terapie e cure sono state date in modo soddisfacente al 29,9% dei
pazienti e al 74% dei familiari. Ma hanno addirittura irritato il caregiver
nel 18% dei casi. Inoltre, nel 70% dei casi, i familiari sono stati informati
sull’imminenza del decesso, ma quasi nessuno (18%) è riuscito a
parlare con un operatore sanitario dopo il decesso del paziente. Quest’ultimo
è un dato quanto mai emblematico: i medici, più che gli infermieri,
considerano concluso il proprio compito con il decesso del paziente. E, forse,
non è esclusa una certa difficoltà a gestire il primo impatto
del decesso sui familiari.
Lo studio ha, infine, indagato il grado di soddisfazione dell’assistenza
ricevuta (vedi tabella 8), rilevando che ben il 25% dei familiari giudica
negativa, appena passabile, oppure scadente l’assistenza ricevuta nell’ultimo
ricovero in ospedale. Scontata la abituale difficoltà a far emergere
un giudizio negativo da parte di un familiare nel contesto di un reparto ospedaliero,
questo dato sottintende, in realtà, una dimensione del problema assai
maggiore e indica un tendenziale aumento delle aspettative dei familiari.
A questo punto, abbiamo provato a evidenziare quali fattori
fossero associati o no a un giudizio positivo sul ricovero, prendendo in esame,
con analisi multivariata, le caratteristiche del paziente e quelle del nucleo
familiare, il tipo di tumore e la sua durata, quanto sapesse il paziente sulla
sua malattia. Il giudizio positivo è risultato molto più alto
nel Nord Itala rispetto al Centro-Sud, più alto in assenza di astenia
o in presenza di astenie lieve, ma non legata ad altri sintomi, ed è
associato ovviamente alla valutazione della qualità alberghiera del servizio
in ospedale, ma soprattutto è associato a quattro variabili legate al’informazione.
((vedi tabella 9). È dunque proprio la qualità dell’informazione
tra medico-paziente-familiari quella che gioca il ruolo forse più rilevante
nel giudizio sulla qualità del ricovero.
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Il progetto LCP
È da precisare che la situazione descritta dallo studio
ISDOC non è sostanzialmente diversa negli altri paesi, (1,2,3,4).
Ciò che forse differenzia l’Italia dagli altri paesi è,
invece, la capacità di agire, di fornire risposte in tempi non biblici.
A questo proposito, partendo dal presupposto che non tutti i pazienti moriranno
a casa e che non tutti i pazienti avranno la possibilità di essere seguiti
da servizi specialistici di cure palliative, sono stati introdotti - prima negli
USA e via via in altri paesi - programmi efficaci di miglioramento della qualità
delle cure di fine vita in ospedale.Uno fra i più noti e strutturati
programmi è costituito dalle LCP (Liverpool
Care Pathway for the Dying Patient).
Ci stiamo lavorando anche noi da quasi due anni e siamo giunti
a mettere a punto una versione italiana fedele all’originale, “Un
percorso integrato per le cure di fine vita in ospedale”, che è
stata implementata per la prima volta a Genova, nel reparto di Medicina di un
ospedale italiano (5), con
un’esperienza conclusasi il 31 ottobre 2007 (Scarica
il pdf). L’intervento pilota, della durata di sei mesi e condotto
da una équipe specialistica di cure palliative, si è posto l’obiettivo
di introdurre un protocollo di cambiamento della qualità delle cure di
fine vita erogate da personale non specialistico. In pratica, esso indica come
trasferire per quanto possibile l’eccellenza dell’hospice in un
qualsiasi reparto di medicina, pneumologia o neurologia. A partire da questo
progetto pilota, ha preso il via e sta giungendo a conclusione un progetto triennale
finanziato dal Ministero della Salute che si pone come obiettivo la valutazione
dell’efficacia del cambiamento indotto dall’implementazione di queste
LCP in àmbito ospedaliero. È uno studio randomizzato che ha mosso
i suoi primi passi nel 2008 e che si è realizzato in almeno 5 regioni
italiane. Il comitato guida (6)
è costituito da specialisti di prim’ordine, medici, psicologi,
infermieri, bioeticisti, statistici, L’auspicio è, ovviamente,
che questo lavoro abbia un seguito pratico negli ospedali del nostro paese.
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Bibliografia
- Bruera E. et al, CMAJ 1999;;160(3):365-71.
Vai
all'articolo
- Middlewood S. et al, J Pain Symptom
Manage 2001;22(6):1035-41.Vai
all'abstract
- Finlay I.G. et al, Ann Oncol 2002;13
Suppl 4:257-64 Vai
all'articolo
- Ellershaw J. et al, BMJ 2003;326(7379):30-4.Vai
all'articolo
- Settantadue posti letto di Medicina dell’Azienda
Ospedaliera Villa Scassi.
- Il Comitato Guida del Progetto di ricerca
è composto da: M. Costantini, S. Finelli, M. Beccao, S. Di Leo, G.
Morasso dell’IST di Genova; A. Caraceni, C. Borreani, C. Brunelli
dell’INT di Milano; C. Peruselli, S. Grubich dell’UCP di Biella;
D. Valenti, C. Franceschini dell’Hospice Seragnoli di Bologna; G.
Miccinesi, L. Canavacci del CSPO Firenze e Università di Siena.
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AGC Onlus Associazione Gilberto Cominetta
per la formazione degli operatori sanitari nelle Cure Palliative in Neurologia.
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